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Ñîçäàí: 09.11.2010
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Ñòèõè ðóññêèõ ïîýòîâ ñ èòàëüÿíñêèì ïåðåâîäîì (ïeðåâîä íàñòîÿùèé èç Èòàëèè)

Ïîíåäåëüíèê, 29 Àïðåëÿ 2013 ã. 23:19 + â öèòàòíèê
Öèòàòà ñîîáùåíèÿ Minchenko_Tatiana Ñòèõè ðóññêèõ ïîýòîâ ñ èòàëüÿíñêèì ïåðåâîäîì (ïeðåâîä íàñòîÿùèé èç Èòàëèè)


ANNA ACHMATOVA

TURBAMENTO

1
Si soffocava per la luce ardente,
ma gli sguardi suoi erano come raggi...
Sussultai appena,
ché ammansirmi poteva.
S'inchinò: "Dirà qualcosa" pensai.
Dal volto il sangue si. ritirò.
Come pietra tombale posi
sulla mia vita l'amore.
2
Non ami, non vuoi guardare.
Oh, come sei bello, maledetto!
E io non posso involarmi,
io che fui alata dall'infanzia.
Una nebbia mi offusca la vista,
cose e persone si confondono...
E solo un tulipano rosso,
un tulipano porti all'occhiello.
3
Come ordina semplice cortesia,
venne a me, sorrise.
A mezzo tra affabile e indolente
con un bacio mi sfiorò le mani.
E di antiche, enigmatiche immagini
mi fissarono gli occhi...
Dieci anni di palpiti e di gridi,
tutte le mie notti insonni
avevo posto in una calma parola,
e invano la dissi.
T'allontanasti, e di nuovo nell'anima
si fece chiaro e deserto.

SEMPLICE E CHIARO

Esemplice, è chiaro,
comprensibile a tutti:
tu non m'ami affatto,
mai amerai.
A che dunque trascinarmi
dietro un estraneo,
a che dunque ogni sera
per te pregare?
A che, abbandonando l'amato
e il ricciuto pargoletto,
la casa abbandonando
e il paese natio,
come accattona vo raminga
in una capitale d'altra terra?
Oh, che piacere per me
pensare che ti rivedrò!
Àííà Àõìàòîâà
ÑÌßÒÅÍÈÅ
1

Áûëî äóøíî îò æãó÷åãî ñâåòà,
À âçãëÿäû åãî - êàê ëó÷è.
ß òîëüêî âçäðîãíóëà: ýòîò
Ìîæåò ìåíÿ ïðèðó÷èòü.
Íàêëîíèëñÿ - îí ÷òî-òî ñêàæåò...
Îò ëèöà îòõëûíóëà êðîâü.
Ïóñòü êàìíåì íàäãðîáíûì ëÿæåò
Íà æèçíè ìîåé ëþáîâü.

2

Íå ëþáèøü, íå õî÷åøü ñìîòðåòü?
Î, êàê òû êðàñèâ, ïðîêëÿòûé!
È ÿ íå ìîãó âçëåòåòü,
À ñ äåòñòâà áûëà êðûëàòîé.
Ìíå î÷è çàñòèò òóìàí,
Ñëèâàþòñÿ âåùè è ëèöà,
È òîëüêî êðàñíûé òþëüïàí,
Òþëüïàí ó òåáÿ â ïåòëèöå.

3

Êàê âåëèò ïðîñòàÿ ó÷òèâîñòü,
Ïîäîøåë êî ìíå, óëûáíóëñÿ,
Ïîëóëàñêîâî, ïîëóëåíèâî
Ïîöåëóåì ðóêè êîñíóëñÿ -
È çàãàäî÷íûõ, äðåâíèõ ëèêîâ
Íà ìåíÿ ïîñìîòðåëè î÷è...
Äåñÿòü ëåò çàìèðàíèé è êðèêîâ,
Âñå ìîè áåññîííûå íî÷è
ß âëîæèëà â òèõîå ñëîâî
È ñêàçàëà åãî - íàïðàñíî.
Îòîøåë òû, è ñòàëî ñíîâà
Íà äóøå è ïóñòî è ÿñíî.

 ***
Ýòî ïðîñòî, ýòî ÿñíî,
Ýòî âñÿêîìó ïîíÿòíî,
Òû ìåíÿ ñîâñåì íå ëþáèøü,
Íå ïîëþáèøü íèêîãäà.
Äëÿ ÷åãî æå òàê òÿíóòüñÿ
Ìíå ê ÷óæîìó ÷åëîâåêó,
Äëÿ ÷åãî æå êàæäûé âå÷åð
Ìíå ìîëèòüñÿ çà òåáÿ?
Äëÿ ÷åãî æå, áðîñèâ äðóãà
È êóäðÿâîãî ðåáåíêà,
Áðîñèâ ãîðîä ìîé ëþáèìûé
È ðîäíóþ ñòîðîíó,
×åðíîé íèùåíêîé ñêèòàþñü
Ïî ñòîëèöå èíîçåìíîé?
Î, êàê âåñåëî ìíå äóìàòü,
×òî òåáÿ óâèæó ÿ!

Ëåòî 1917, Ñëåïíåâî
ALEKSANDR PUSCKIN
(1799 -1837)

LA STELLA DELLA SERA

Si dirada la nuvola leggera.
Malinconica stella, o stella della sera!
Inargenta il tuo raggio le squallide pianure,
il golfo sonnolento e le montagne scure.
Amo il tuo fioco lume nell'aria trasparente;
esso ha in me risvegliato un pensiero dormente:
ricordo il tuo tramonto, o astro prediletto,
sovra un dolce paese sempre caro al mio affetto,
dove nelle vallate s'alzano pioppi fieri,
dove dormono i mirti ed i cipressi neri,
ed i tiepidi flutti sussurrano soavi.
In quei monti col cuore pieno di sogni gravi
distraevo sul mare l'indolenza pensosa:
scendeva sopra i tetti la tenebra gelosa,
e una giovane donna me nell'ombra cercava
e te col proprio nome alle amiche chiamava.


A DORIDE

Io sono amato, credo: fiducia il cuore chiede.
No, non può la mia cara illuder la mia fede.
In lei tutto è sincero : il fuoco dell'amore,
e, dono delle grazie, il timido pudore,
nelle vesti e i discorsi, negligenza gentile,
e dei teneri nomi la mollezza infantile.

Àëåêñàíäð  Ñåðãååâè÷ Ïóøêèí

"Ðåäååò îáëàêîâ ëåòó÷àÿ ãðÿäà"
Ðåäååò îáëàêîâ ëåòó÷àÿ ãðÿäà;
Çâåçäà ïå÷àëüíàÿ, âå÷åðíÿÿ çâåçäà,
Òâîé ëó÷ îñåðåáðèë óâÿäøèå ðàâíèíû,
È äðåìëþùèé çàëèâ, è ÷åðíûõ ñêàë âåðøèíû;
Ëþáëþ òâîé ñëàáûé ñâåò â íåáåñíîé âûøèíå:
Îí äóìû ðàçáóäèë, óñíóâøèå âî ìíå.
ß ïîìíþ òâîé âîñõîä, çíàêîìîå ñâåòèëî,
Íàä ìèðíîþ ñòðàíîé, ãäå âñå äëÿ ñåðäöà ìèëî,
Ãäå ñòðîéíû òîïîëû â äîëèíàõ âîçíåñëèñü,
Ãäå äðåìëåò íåæíûé ìèðò è òåìíûé êèïàðèñ,
È ñëàäîñòíî øóìÿò ïîëóäåííûå âîëíû.
Òàì íåêîãäà â ãîðàõ, ñåðäå÷íîé äóìû ïîëíûé,
Íàä ìîðåì ÿ âëà÷èë çàäóì÷èâóþ ëåíü,
Êîãäà íà õèæèíû ñõîäèëà íî÷è òåíü —
È äåâà þíàÿ âî ìãëå òåáÿ èñêàëà
È èìåíåì ñâîèì ïîäðóãàì íàçûâàëà.
ÄÎÐÈÄÅ
ß âåðþ: ÿ ëþáèì; äëÿ ñåðäöà íóæíî âåðèòü.
Íåò, ìèëàÿ ìîÿ íå ìîæåò ëèöåìåðèòü;
Âñå íåïðèòâîðíî â íåé: æåëàíèé òîìíûé æàð,
Ñòûäëèâîñòü ðîáêàÿ, õàðèò áåñöåííûé äàð,
Íàðÿäîâ è ðå÷åé ïðèÿòíàÿ íåáðåæíîñòü,
È ëàñêîâûõ èìåí ìëàäåí÷åñêàÿ íåæíîñòü.

BORIS PASTERNAK
(1890 -1960)

ROTTURA

Leccherà il pianoforte la sua bava.
Ti svellerà, ti falcerà un delirio.
Dirai: o caro! Io dirò: no. All'oscuro
si uniranno le nostre bocche avide.

Gli accordi come pagine di libro
getteremo nel fuoco anno per anno.
Oh intelligenza magica fa un cenno.
Fallo e stupisci. Ormai tu sei libera.

lo non ti tengo. Ad altri va. Il tuo bene
ad altri reca. Werther fu già scritto.
Oggi odora anche l'etere di lutto.
Se apri una finestra, apri una vena.
Áîðèñ Ïàñòåðíàê
Ðàçðâûâ (9)



Ðîÿëü äðîæàøèé ïåíó ñ ãóá îáëèæåò.
Òåáÿ ñîðâåò, ïîäêîñèò ýòîò áðåä.
Òû ñêàæåøü: — ìèëûé! — Íåò,— âñêðè÷ó ÿ,— íåò!
Ïðè ìóçûêå?! — Íî ìîæíî ëè áûòü áëèæå,

×åì â ïîëóòüìå, àêêîðäû, êàê äíåâíèê,
Ìå÷à â êàìèí êîìïëåêòàìè, ïîãîäíî?
Î ïîíèìàíüå äèâíîå, êèâíè,
Êèâíè, è èçóìèøüñÿ! — òû ñâîáîäíà.

ß íå äåðæó. Èäè, áëàãîòâîðè.
Ñòóïàé ê äðóãèì. Óæå íàïèñàí Âåðòåð,
À â íàøè äíè è âîçäóõ ïàõíåò ñìåðòüþ:
Îòêðûòü îêíî — ÷òî æèëû îòâîðèòü.
NICOLAJ NEKRASOV
(1821 -1877)

IL TEMPORALE

A lungo fece la ritrosa, Liuba, la mia vicina,
finché un giorno, in sordina mi disse: "in giardino c'è una pergola...
appena si farà scuro... Hai capito?...".
Ah! con quanta impazienza mi misi ad aspettare che la notte venisse!
Sangue giovane s'infiamma, c'è poco da scherzare!
Diedi uno sguardo al cielo e... tremo solo al ricordo!...
Il cielo tutt'intorno, s'era coperto di nubi.
La pioggia si mise a venir giú a dirotto... Scrosciò il tuono!
Con le ciglia aggrottate, tutto imbronciato, m'avviai...
Per oggi, all'appuntamento... meglio non pensarci!...
Liuba è scansafatiche; paurosetta è Liuba!
Sarebbe troppo pretendere da lei, che, con questo temporale, uscisse di casa.
Bisogna però convenire che il temporale non le farebbe paura
se... se mi volesse bene davvero! ...
Senza speranza, tutto malinconico m'avviai verso la pergola.
Vi giunsi e vidi... Vidi Liuba la mia vicina!
S'era bagnata i piedini; il casacchino si poteva torcere
ed ebbi un gran da fare per asciugar la colombella mia!
In compenso, però, da quella notte, non ho piú messo il broncio
e non fo altro che sorridere, quando fa temporale!...
Íåêðàñîâ Í. À. - «Áóðÿ»

Äîëãî íå ñäàâàëàñü Ëþáóøêà-ñîñåäêà,
Íàêîíåö øåïíóëà: "Åñòü â ñàäó áåñåäêà,

Êàê òåìíåå ñòàíåò - ïîíèìàåøü òû?.."
Æäàë ÿ, èññòðàäàëñÿ, íî÷êè-òåìíîòû!

Êðîâü-òî ìîëîäàÿ: çàêèïèò - íå øóòêà!
Äà âçãëÿíóë íà íåáî - è ïîâåðèòü æóòêî!

Íåáî îáëîæèëîñü òó÷àìè êðóãîì...
Ïîëèë äîæäü ðó÷üÿìè - ïðîêàòèëñÿ ãðîì!

Áðîâè ÿ íàõìóðèë è ïîøåë óãðþìûé -
"Ñâèäåòüñÿ ñåãîäíÿ ëó÷øå è íå äóìàé!

Ëþáà áåëîðó÷êà, Ëþáóøêà ïóãëèâà,
 áóðþ çà âîðîòà âûáåæàòü åé â äèâî.

Ïðàâäà, íå áûëà áû áóðÿ åé ñòðàøíà,
Åñëè á... äà íàñòîëüêî ëþáèò ëè îíà?.."

Áåç íàäåæäû, ñêó÷åí ïðèõîæó â áåñåäêó,
Ïðèõîæó è âèæó - Ëþáóøêó-ñîñåäêó!

Ïðîìî÷èëà íîæêè è õîòü âûæìè øóáêó...
Áûëî ìíå çàáîòû îáñóøèòü ãîëóáêó!

Äà çàòî ñ òîé íî÷è ÿ áðîâåé íå õìóðþ
Òîëüêî óñìåõàþñü, êàê çàñëûøó áóðþ..

ALEKSANDR BLOK
(1880 -1921)

SULLE DUNE

A me non piace il vano dizionario
delle frasi e vocaboli d'amore:
"Sei mio." "Son tua." "Io t'amo!" "Tuo per sempre.
A me non piace essere schiavo. Io guardo
la donna bella in fondo alle pupille
e le dico: "Stanotte. Sai, domani
è un altro giorno, nuovo e bello. Vieni.
Portami una follia nuova, trionfale.
All'alba me ne andrò via per cantare".

L'anima mia è semplice. Nutrita
fu dal vento salmastro e dall'aroma'
resinoso dei pini. Ella è segnata
dalle impronte medesime che rigano
la pelle segaligna del mio viso,
che è bello della squallida bellezza
delle fredde marine e delle dune.

Cosí pensavo lungo la frontiera
di Finlandia, la lingua decifrando
strana nei verdi occhi dei Finni scialbi.
C'era gran pace. Accanto alla banchina
un treno pronto accese fuoco e fumo.
Pigra la russa guardia doganale
riposava su un cumulo di sabbia
erto, dove finiva il terrapieno.
Là cominciava un'altra terra, e muta
una chiesa ortodossa contemplava
lo sconosciuto estraneo paese.

Cosí pensavo. Ed ella sopraggiunse,
si fermò sulla china: erano gli occhi
rossi di sabbia e sole. Ed i capelli,
unti come la resina dei pini,
cadevan sulle spalle in flutti azzurri.
S'accostò. S'incrociò il suo ferino
sguardo col mio sguardo ferino. Rise
ad alta voce. E gettò contro a me
un ciuffo d'erba e un pugno d'aurea sabbia.
Poi con un balzo risali. Scomparve,
galoppando al di là del terrapieno.

La inseguii di lontano. Mi graffiavano
le felci il volto. Insanguinai le dita,
mi lacerai il vestito. Ma correvo
urlando come belva e la chiamavo :
e la mia voce era suon di corno.
Ma lei, delineando un'orma lieve
sulle dune friabili, scomparve
fra le trame notturne degli abeti.

Ora io giaccio anelando sulla sabbia.
Ma ancora nelle mie rosse pupille
ella corre, ella ride: ed i capelli
ridono ancora, ridono le gambe,
ride al vento la veste nella corsa.

Io giaccio e penso: oggi sarà notte.
Domani sarà notte. Rimarrò
qui finché non l'agguanti come fiera
o col suono di corno della voce
non le tagli la fuga. E non dirò:
"Mia. Sei mia". Purché lei mi dica:
"Son tua! son tua!".

 äþíàõ


ß íå ëþáëþ ïóñòîãî ñëîâàðÿ
Ëþáîâíûõ ñëîâ è æàëêèõ âûðàæåíèé:
"Òû ìîé", "Òâîÿ", "Ëþáëþ", "Íàâåêè òâîé".
ß ðàáñòâà íå ëþáëþ. Ñâîáîäíûì âçîðîì
Êðàñèâîé æåíùèíå ñìîòðþ â ãëàçà
È ãîâîðþ: "Ñåãîäíÿ íî÷ü. Íî çàâòðà -
Ñèÿþùèé è íîâûé äåíü. Ïðèäè.
Áåðè ìåíÿ, òîðæåñòâåííàÿ ñòðàñòü.
À çàâòðà ÿ óéäó - è çàïîþ".

Ìîÿ äóøà ïðîñòà. Ñîëåíûé âåòåð
Ìîðåé è ñìîëüíûé äóõ ñîñíû
Åå ïèòàë. È â íåé - âñ¸ òå æå çíàêè,

×òî íà ìîåì îáâåòðåííîì ëèöå.
È ÿ ïðåêðàñåí - íèùåé êðàñîòîþ
Çûáó÷èõ äþí è ñåâåðíûõ ìîðåé.

Òàê äóìàë ÿ, áëóæäàÿ ïî ãðàíèöå
Ôèíëÿíäèè, âíèêàÿ â òåìíûé ãîâîð
Íåáðèòûõ è çåëåíîãëàçûõ ôèííîâ.
Ñòîÿëà òèøèíà. È ó ïëàòôîðìû
Ãîòîâûé ïîåçä ðàçâîäèë ïàðû.
È ðóññêàÿ òàìîæåííàÿ ñòðàæà
Ëåíèâî îòäûõàëà íà ïåñ÷àíîì
Îáðûâå, ãäå êîí÷àëîñü ïîëîòíî.
Òàê îòêðûâàëàñü íîâàÿ ñòðàíà -
È ðóññêèé áåñïðèþòíûé õðàì ãëÿäåë
 ÷óæóþ, íåçíàêîìóþ ñòðàíó.

Òàê äóìàë ÿ. È âîò îíà ïðèøëà
È âñòàëà íà îòêîñå. Áûëè ðûæè
Åå ãëàçà îò ñîëíöà è ïåñêà.
È âîëîñû, ñìîëèñòûå êàê ñîñíû,
 îòëèâàõ ñèíèõ ïàäàëè íà ïëå÷è.
Ïðèøëà. Ñêðåñòèëà ñâîé çâåðèíûé âçãëÿä
Ñ ìîèì çâåðèíûì âçãëÿäîì. Çàñìåÿëàñü
Âûñîêèì ñìåõîì. Áðîñèëà â ìåíÿ
Ïó÷îê òðàâû è çîëîòóþ ãîðñòü
Ïåñêó. Ïîòîì - âñêî÷èëà
È, ïðûãàÿ, ïîì÷àëàñü ïîä îòêîñ...

ß ãíàë åå äàë¸êî. Èñöàðàïàë
Ëèöî î õâîè, îêðîâàâèë ðóêè
È ïëàòüå èçîðâàë. Êðè÷àë è ãíàë
Åå, êàê çâåðÿ, âíîâü êðè÷àë è çâàë,
È ñòðàñòíûé ãîëîñ áûë - êàê çâóêè ðîãà.
Îíà æå îñòàâëÿëà ëåãêèé ñëåä
 çûáó÷èõ äþíàõ, è ïðîïàëà â ñîñíàõ,
Êîãäà èõ çàïëåëà íî÷íàÿ ñèíü.

È ÿ ëåæó, îò áåãà çàäûõàÿñü,
Îäèí, â ïåñêå. Â ïûëàþùèõ ãëàçàõ
Åùå áåæèò îíà - è âñÿ õîõî÷åò:
Õîõî÷óò âîëîñû, õîõî÷óò íîãè,
Õîõî÷åò ïëàòüå, âçäóòîå îò áåãà...
Ëåæó è äóìàþ: "Ñåãîäíÿ íî÷ü
È çàâòðà íî÷ü. ß íå óéäó îòñþäà,
Ïîêà íå çàòðàâëþ åå, êàê çâåðÿ,
È ãîëîñîì, çîâóùèì, êàê ðîãà,
Íå ïðåãðàæó åé ïóòü. È íå ñêàæó:
"Ìîÿ! Ìîÿ!" - È ïóñòü îíà ìíå êðèêíåò:
"Òâîÿ! Òâîÿ!"
Èþíü - èþëü 1907, Äþíû

 

Ðóáðèêè:  Ðàçíîå

 

Äîáàâèòü êîììåíòàðèé:
Òåêñò êîììåíòàðèÿ: ñìàéëèêè

Ïðîâåðêà îðôîãðàôèè: (íàéòè îøèáêè)

Ïðèêðåïèòü êàðòèíêó:

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